sabato, ottobre 08, 2022

 Ecco un piccolo elenco delle cose che mi sono successe tra i 35 e i 40 anni, comprese quelle che mi hanno tenuta così lontana da questi schermi:

- è nato il mio secondo figlio

- ho perso 30 kg

- ho viaggiato molto

- ho vissuto una pandemia

- ho accompagnato entrambi i miei figli al cancello di scuola con il loro zaino sulle spalle

- sono passata ai capelli corti e ho iniziato a tingerli timidamente di rosa, ora sempre meno timidamente. Lo sognavo da sempre e non l'avevo mai fatto, chissà perchè, sono così belli :-)

- ho iniziato ad usare i social

- ho visto serie tv più o meno belle, più o meno ben fatte, a volte solo per passare il tempo, altre volte perchè davvero la storia mi aveva catturata

- ho letto molti saggi, qualche romanzo, le mie prime graphic novels

- ho deciso di iscrivermi ad un concorso pubblico, ho studiato e alla fine l'ho pure vinto; dopo 10 anni ricomincerò a lavorare a breve

- ho ricucito una vecchia amicizia, ne ho coltivate altre

- ho fatto la rappresentante di classe per 5 anni, gestito crisi e PR, ho imparato a mordermi la lingua quando avrei voluto dire qualcosa sull'onda dell'emotività del momento

- ho quasi comprato la mia prima casa

- ho lavorato un po' sul mio rapporto con le cose, sto cercando di imparare a lasciare andare quelle che non mi servono più e a non circondarmi di troppi oggetti che non servono; la strada è ancora lunga

- mi sono iscritta ad un corso di pattinaggio sul ghiaccio e ho comprato i miei primi pattini veri. Li ho provati ieri sera e per la prima volta sono riuscita ad andare indietro; ho capito ancora una volta che non è mai troppo tardi per imparare cose nuove.

Certo le cose sulle quali mi piacerebbe lavorare sono ancora molte e nelle prossime settimane ci sarà davvero molto da fare: creare una nuova routine, incastrare orari, imparare di nuovo a stare concentrati, ad avere a che fare con le persone (sembra banale, ma in fondo da quando sono diventata mamma passo intere giornate durante le quali non vedo nessuno se non la iena, il guerriero e il programmatore) e immaginare tutte queste cose nuove in un'altra casa, con un'altra luce, altre stanze, altri colori, altri odori.

Il denominatore comune di queste cose e di tutte quelle avvenute negli ultimi 17 anni è uno solo: è la vita che abbiamo deciso di vivere insieme, costruendola un pezzo alla volta. Tante cose sono cambiate e tante ne stanno cambiando proprio adesso, ma sarà sempre bello vivere e condividere anche questa nuova avventura.

lunedì, gennaio 24, 2022


Ormai 15 anni fa io e il programmatore abbiamo deciso di iscriverci ad una scuola di nuoto nella piscina comunale vicino a casa; come le cose siano cambiate da allora, tra figli, covid e piscina più chiusa che aperta, non starò qui a spiegare, ma vorrei raccontarvi una cosa. Il primo anno avevamo un istruttore che si chiamava Stefano, negli anni successivi invece c'è sempre stata una ragazza di nome Daniela, che, posso dire, mi abbia insegnato per davvero a nuotare e anche ad alzare sempre un po' l'asticella, proponendomi cose che mai avrei pensato di poter fare. E invece. Arrivava a bordo vasca con un quadernetto sul quale si era già annotata tutto il programma previsto per la lezione e io mi presentavo in acqua pensando "chissà come ci sfinirà stasera?". A volte capitava che si facesse trovare in costume e cuffia e se ne uscisse con "oggi nuoto con voi" e già sapevamo che sarebbe finita male, molto male: "cercate di starmi dietro" e poi si partiva. Se ci penso ancora adesso mi manca il fiato come 10 anni fa :-)

Tutto questo preambolo perchè due settimane fa sono andata al cinema a vedere il documentario sulla preparazione verso Tokyo di Federica Pellegrini e la scorsa settimana l'ho rivisto su prime video col programmatore. In un'intervista Matteo Giunta, suo allenatore e compagno di vita, dice come all'inizio della loro collaborazione professionale nel 2012 nessuno gli avesse dato credito, non aveva mai allenato atleti di quel calibro ed era molto giovane.

Pensavo allora a quel momento in cui l'allenatore si ritrova a dover lavorare con un atleta più forte di lui: Daniela l'ho sempre vista come innarrivabile per i miei standard, ma chissà come deve essere trovarsi ad annotare sul taccuino il programma di allenamento per un nuotatore che sai essere molto più bravo di te, come avere un piano per migliorare ulteriormente le prestazioni di qualcuno che è già oltre le tue possibilità, come capire quale direzione prendere, su cosa lavorare. Per tornare invece al documentario, appare chiaro come gli allenatori che nel corso di questi 20 anni abbiano seguito la Pellegrini ne abbiano anche cambiato le prestazioni, nel bene e a volte anche nel male (il periodo di Lucas, forse il meno brillante della sua carriera, non viene minimamente affrontato nel corso dei 90 minuti): da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

Credo però che quella di allenare un atleta migliore di te sia una bella sfida a livello professionale: è un po' quello che spero anche io per i miei figli e penso che sotto sotto sia il desiderio di ogni genitore. Mi piace pensare che un giorno i miei figli impareranno cose che io non conosco e diventino bravi a farle, sicuramente più bravi di me. Già ora che sono ancora relativamente piccoli li vedo molto più capaci di me nel fare tutta una serie di cose, ma so che questo sarà solo l'inizio. Verrà un giorno in cui non sarò più io a fargli vedere come ci si allacciano le scarpe, ma saranno loro a spiegarmi come funziona qualche ultimo trovato della tecnologia. Non sarò triste, ma felice perché avrò raggiunto il mio scopo: loro nuoteranno da soli e andranno più veloci di me, avranno più resistenza e una tecnica  migliore della mia. Mi ricorderò da dove siamo partiti insieme e sarà bello scoprire giorno dopo giorno quanto lontano potranno ancora andare.

lunedì, gennaio 17, 2022

Diciamo pure che lo scorso anno ero partita bene, poi da aprile c'è stato un crollo verticale della mia presenza su questi schermi e la verità è che probabilmente non c'era molto da raccontare. Questi tempi incerti che stiamo vivendo mi hanno un po' portato via la voglia di progettare il futuro, anche solo di pensarlo, l'avere dei desideri, fare cose, stare con le altre persone. E' tutto sospeso in un limbo, come stare attaccati ad un elastico che a volte ti molla un po', a volte ti tira indietro, a volte ti paralizza.

Oggi è il blue monday e io da qualche giorno sto cercando di immaginare le vacanze. L'idea è sempre quella di andare con la tenda, però non abbiamo ancora deciso se tornare in montagna o portare i bimbi a vedere una delle nostre città del cuore, Barcellona. Ci siamo già stati con la iena quando aveva 2 anni e mezzo e la ricordo come un'esperienza a tratti piuttosto impegnativa, ma ne avevo parlato anche qui. Il meteo non ci aveva aiutato (ma ora che ci penso quando siamo in vacanza il meteo raramente ci viene in aiuto) e, memori della nostra vacanza californiana dell'anno prima, speravamo di poter trascinare la iena ovunque, senza considerare il fatto che aveva un anno in più e molta più voglia di fare valere la sua opinione su quello che si poteva o non poteva fare.

Quest'anno sarebbe diverso: la iena tra poco taglierà il traguardo dei 9 anni e il guerriero non è più così tanto piccolo, l'ho appena iscritto alla scuola elementare e sta mostrando un caratterino decisamente diverso da quello del fratello: siamo un gruppetto ben assortito insomma:-)

Io e il programmatore a Barcellona siamo già stati diverse volte, stavamo pensando di riproporre un giretto sulla costa che abbiamo fatto diversi anni fa, toccando anche Valencia (ai bimbi credo piacerebbe molto): ricordo due giorni passati tra risaie, spiagge sterminate e un giro con la nostra Polo su una chiatta, dopo aver cercato inutilmente un ponte che non esisteva per attraversare un fiume e proseguire il nostro viaggio.

Insomma quale giorno migliore, se non il più triste dell'anno, per pensare a quello che sarà, per immaginare il blu del cielo, giornate di sole, la nostra tendina e una nuova avventura? E forse non si tratta solo delle vacanze.


p.s.: mentre sceglievo i tag per il post ho scoperto che non ho mai scritto niente sulle vacanze 2020 e 2021. Vedrò di rimediare, almeno per il 2021, mio impegno per questi primi mesi dell'anno.

lunedì, aprile 26, 2021

Avevo già scritto qui di come facciamo fatica a liberarci delle cose a cui abbiamo voluto bene ed è curioso come quello che allora mi sembrava impossibile (lasciare la nostra Mauris per la macchina nuova) oggi sia un ricordo lontano e la Patatiq - ora ha un nome anche lei - ormai faccia a tutti gli effetti parte della famiglia. Ultimamente la guido spesso anche io, che da quando mi sono trasferita qui a Torino (ormai quasi 16 anni fa) ho praticamente appeso la patente al chiodo; la sento anche un po' mia, anche se ancora non ho molta familiarità coi suoi mille congegni.

Torniamo alle cose, le nostre cose, quelle di cui ci circondiamo nel corso della nostra vita. Quando ero una bambina ricordo che ad un certo punto (forse proprio nel periodo in cui stavamo cambiando casa, avevo 6 anni) avevo la "borsa dei ciaffi", una sportina di plastica dentro la quale custodivo cose di nessun valore, ma per me in qualche modo significative. Ho pensato che nel corso della nostra vita ci circondiamo di cose più o meno utili, più o meno indispensabili, alle quali ci affezioniamo irrimediabilmente e che alla fine di quelle cose prima o poi dovremmo disfarci. Ci ho pensato con molta insistenza soprattutto nelle ultime settimane, quando ho avuto occasione di mettere la testa dentro la casa di un compagno di scuola del guerriero che vive in una casa viaggiante: il minimalismo magico a cui tutti aspiriamo, mentre sogniamo una casa più grande perchè gli oggetti di cui ci siamo circondati stanno prendendo il sopravvento all'interno dei nostri spazi vitali.

Complice il cambio di stagione e il fatto che ho accumulato una quantità di accessori (scarpe e borse su tutti) da fare invidia ad un negozio, ho deciso di cercare di vendere un po' di cose che dormivano inutilizzate nei miei armadi da lustri. Forse anche da decenni. Ho messo un bel po' di annunci e finora sono riuscita a vendere 3 cose: un paio di sneakers delle superchicche praticamente nuove (messe una sola volta, mi hanno massacrato i piedi e sapevo che non avrei mai e poi mai ripetuto l'esperienza), una fodera ancora impacchettata per un divano ikea che non abbiamo più e loro.


Loro sono un paio di ballerine twins Camper che ho acquistato 16 anni fa qui a Torino in un negozio del centro con uno scopo ben preciso: le avrei indossate il giorno della mia laurea. Erano carine, eleganti con stile, senza tacco e parlavano un po' di me: diverse, ma uguali, complementari e un po' simpatiche. Dopo la laurea le ho indossate ancora tante volte, la suola rossa ormai era tutta scorticata e si vedeva a malapena il disegno che era un segno caratteristico delle Camper di allora (oggi non credo lo mettano ancora, ma non ne sono sicura). Le punte erano un po' segnate e soprattutto mi stavano decisamente grandi: le avevo prese un po' abbondanti
perché altrimenti la cinghietta mi avrebbe fatto effetto salsicciotto sul piede, ma adesso mi sembravano solo lunghissime. E non indosso un paio di ballerine da non ricordo neanche io quando. Mi avevano accompagnata per tanti anni, mi ricordavano dei bei momenti e ho pensato che poteva essere carino dare ad altri la possibilità di essere felici con quelle scarpe nei piedi. Di sentirsi magari carine, simpatiche, semplicemente se stesse con quelle scarpe diverse.

Le ha comprate una ragazza francese poche ore dopo la pubblicazione dell'annuncio, come se non stesse aspettando altro. Stamattina le ho impacchettate con cura e le ho spedite. Se da una parte sono un po' triste per tutto quello che quelle scarpe mi ricordavano, dall'altra sono contenta per loro, che sicuramente non erano felici di stare chiuse nell'armadio da credo 10 anni senza vedere più neanche il marciapiede davanti a casa.

La via del minimalismo magico è ancora molto lontana, però mi piace pensare che quelle cose di cui ci circondiamo con la speranza che ci regalino un sorriso, una bella passeggiata o un po' di bellezza possano rendere felici ancora qualcuno quando con noi hanno esaurito la loro funzione. E chissà che non sia successa la stessa cosa alla nostra Mauris. 

domenica, febbraio 21, 2021

C'è solo una cosa che in questi giorni mi aiuta a non pensare alla situazione assurda che stiamo continuando a vivere da un anno a questa parte: le vacanze. Il pensiero che tra qualche mese arriverà l'estate e che, si spera, potremmo uscire a vedere un po' di mondo.

Con questo pensiero in testa mi sono lasciata travolgere da una vendita temporanea su un famoso sito e ho adocchiato dei sandali da trekking per la iena e il guerriero. Ok, anche per me, che il 38 risulta ancora misura da bambino per molti brand, soprattutto quelli che fanno abbigliamento tecnico e sportivo.

I sandali erano super carini e c'erano a disposizione un sacco di varianti colore, così ho fatto vedere ai bimbi le diverse possibilità perché si scegliessero quelle che preferivano. La iena ha optato per un sobrio blu e azzurro, mentre il guerriero le avrebbe volute grigio antracite e rosa fucsia. Gli ho chiesto un paio di volte se fosse sicuro della sua scelta e lui ha insistito, così vado per infilarle nel carrello e, tirando un sospiro di sollievo, scopro che la sua misura era terminata.

Il problema non era tanto per me- penso davvero che possa indossare quello che vuole- ma per il fatto che temevo non le avrebbe messe una volta viste dal vivo. O, peggio ancora, che alla prima occasione qualche altro bimbo lo avrebbe preso in giro. 

Spesso si parla di giochi di genere, di dare la possibilità ai bambino di esprimersi senza paletti dettati dalla nostra percezione di cose da maschio e cose da femmina e io, di base, sono molto d'accordo con questa cosa. I miei figli hanno sempre scelto i loro giochi senza nessuna prescrizione da parte nostra: la iena ad esempio non ha mai mostrato nessun interesse per macchinine e affini per i primi 6 anni di vita e non ce ne siamo mai fatti un cruccio. Ma oggi con questa cosa delle scarpe rosa mi sono fatta una domanda alla quale non ho trovato risposta: sono pronta ad affrontare le possibili conseguenze di questa scelta? Sono pronta ad accogliere il guerriero che torna da me col muso perché un bimbo gli ha detto che le sue scarpe sono da femmina? O forse sto sottovalutando mio figlio, perfettamente in grado di controbattere alle critiche, fiero della sua scelta?

Per ora resterò col dubbio, alla fine ha scelto quelle blu e arancioni.

martedì, febbraio 02, 2021

Ieri era il compleanno della iena e, come nella migliore tradizione di famiglia, ha scelto lei cosa mangiare. Ha fatto una richiesta piuttosto particolare e bizzarra, considerando soprattutto il fatto che credo non avesse mai mangiato questo piatto: ha voluto gli spaghetti con le polpette.
Non li avevo mai cucinati e non so neanche bene come gli siano venuti in mente, però ricordo esattamente la prima ed unica volta in cui li ho mangiati io, ottobre 2016. Il guerriero aveva pochi mesi e il programmatore aveva preso appuntamento con un negozio di Bologna che ci avrebbe fatto fare un test su strada della Taga prima che la comprassimo. Così avevamo organizzato una gita in giornata con Italo e avevamo incastrato anche un saluto alle mie sorelle- allora studentesse fuorisede- con pranzo annesso. Ci avevano portati da Bolpetta e io avevo proprio preso gli spaghetti con le polpette. Quando ripenso a quel piatto e a quella giornata mi viene in mente subito la foto che ci siamo fatti al ristorante, col piccolo guerriero nella fascia e la iena nel seggiolone, ripenso alla leggerezza di quel momento, al fatto di poter salire tutti e 4 su un treno per andare a fare un giro senza meta in un giorno qualsiasi.
Non so se è stato così anche per la iena, se anche a lei quegli spaghetti con le polpette ricordano quel giorno, però sotto sotto voglio pensare che me li abbia chiesti per poter rivivere anche solo per una sera quella sensazione di leggerezza e di euforia che adesso a posteriori mi è ben chiara, ma che lì per lì forse non sentivo: era tutto così normale allora, il mondo ci si apriva davanti con le sue infinite possibilità e noi lo avevamo sempre dato per scontato. Sbagliavamo e non lo sapevamo.
Li ho cucinati, gli spaghetti con le polpette, e devo ammettere di aver anche tirato fuori un sughetto niente male: è stato apprezzato da tutti e penso proprio che lo rifaremo. Anche il guerriero dice di volerli per il suo compleanno, ma da qui a giugno farà in tempo a cambiare idea altre 100 volte. Alla fine è stata una bella festicciola, coi regali, la torta, gli spaghetti con le polpette e le candeline. Il video, le videochiamate, gli auguri su whatsapp, un compleanno 2021 in piena regola insomma.
A volte vorrei chiudere gli occhi e riaprirli anche solo per un attimo sulle nostre vite che saranno, tra un anno, tra due anni, solo dare una sbirciatina e vedere cosa succederà, perché adesso è tutto così difficile e complicato da immaginare e questa mancanza di prospettiva inizia davvero ad essere pesante.
Oltre agli spaghetti con le polpette sicuramente ricorderò questo compleanno della iena anche per questo disegno che ha fatto un suo compagno di classe, segno di una normalità che noi ancora fatichiamo a digerire, ma che i bambini hanno già fatto loro nella quotidianità e nella spontaneità di un disegno libero.



sabato, novembre 07, 2020

Questo tempo così diverso da quello a cui eravamo abituati, queste giornate da riempire di cose restando tra queste 4 mura mi stanno regalando tanto tempo per pensare a cose. E come sempre anche questo sproloquio che sto per fare è stato scatenato da un dialogo avuto a distanza, che mi ha fatto pensare tanto a che tipo di genitori siamo e che tipo di genitori abbiamo avuto.

Ho tanti ricordi di me da piccola, della mia famiglia, dei miei nonni, delle cose che facevamo insieme: da questi ricordi credo di poter estrapolare alcune osservazioni sull'ambiente in cui sono cresciuta. Non ho ricordi di giochi fatti con mio babbo, ad esempio, mentre mi ricordo dei pomeriggi passati con lui a sistemare piccole cose in casa, dalla messa in servizio della piscina che avevamo in giardino alla sostituzione della lampadina nell'applique che avevamo giù dalle scale a chiocciola. Ricordo tanto tempo passato in casa con le mie sorelle, ricordo tanti posti visti durante le vacanze, mentre non ricordo assolutamente di essere mai andata a giocare al giardinetto. Ricordo la sensazione di cosa nuova le prime volte che ho preso un treno o un autobus.

Dei miei nonni paterni ricordo la tavola attorno alla quale ci riunivamo coi miei zii e i miei cugini ogni fine settimana, dei miei nonni materni ricordo una casa grandissima e le giornate trascorse con loro al mare, quando mio nonno andava a fare il bagno vicino agli scogli e io stavo sotto l'ombrellone con mia nonna a giocare all'impiccato sulla sabbia usando un bastoncino di legno. Mi ricordo che usava una ciabatta per schiacciare la sabbia bagnata in modo da creare una superficie liscia adatta a giocare. Della mia nonna paterna ricordo i pomeriggi passati in taverna a fare i compiti mentre lei stirava.

Queste sono alcune delle cose che ricordo della mia infanzia e credo raccontino un po' di me: ho passato la maggior parte del mio tempo in famiglia, con i miei genitori e le mie sorelle. Giocavo molto con loro, mentre i miei genitori ne stavano sempre un po' fuori: mio babbo è sempre stato molto preso dal lavoro, mia mamma si è sempre occupata della gestione della casa e dei figli e ha avuto il suo da fare. So che la iena e il guerriero avranno altri ricordi di me e del programmatore e anche dei loro nonni, ricordi diversi dai miei, ed è giusto così.


L'anno scorso a "Fa' la cosa giusta" ho comprato un poster allo stand di Uppa, non riesco a trovare nessuna foto in rete, così vi beccate la mia foto brutta qui sotto.




Senza arrivare alla spiegazione del detto popolare, se penso alla mia famiglia e al concetto di cura non riesco a non pensare alla tavola: il posto attorno al quale ci è sempre piaciuto radunarci, dove c'è sempre un coperto per chi arriva all'ultimo minuto, amici o parenti che siano. A tavola si festeggiano i compleanni, le cose belle che meritano di essere celebrate, ma è anche attorno alla tavola che ci si ritrova nei momenti tristi, per ricordarci che quel tatuaggio che ci siamo fatti tutti quanti sulla pelle è vero, che siamo famiglia e nessuno rimane solo o dimenticato.

Perché ho deciso di scrivere adesso tutte queste cose? Perché ci penso da giorni: questo tempo così sospeso nell'incertezza del domani e in cui ci viene chiesto di restare distanti ma uniti non è facile, soprattutto per chi, come noi, è proprio in quella vicinanza gomito a gomito, tra un piatto di pasta e una fetta di pane, che ha sempre cementato l'essere Famiglia.

venerdì, ottobre 16, 2020

 Ieri la iena è tornata a casa da scuola con lo zaino pieno di fogli: disegni, messaggi dai suoi compagni di classe e lui, il Sondaggio.

Aveva fatto un sondaggio tra i suoi compagni di classe e, come metodo scientifico richiede, aveva poi anche redatto un report dettagliato sulla distribuzione delle risposte, con tanto di conclusioni. La premessa doverosa a tutto questo è che né io né il programmatore l'abbiamo mai avviato a questa attività, è stata una sua idea, nata chissà come. Non è nuovo a questo genere di cose, ma io dopo 7 anni e mezzo ne rimango affascinata ogni volta.

Tema del sondaggio: il veicolo preferito in mario kart? La novità più attesa del catalogo Lego? Il giocattolo più richiesto a babbo natale? No: l'esistenza di Dio. O meglio: credi in Dio o nel Big Bang?

La iena non si limita ad un sì o un no, deve contrapporre qualcosa a Dio e lui ha deciso che questo qualcosa è la scienza: o sei dalla parte di Dio o sei dalla parte di Big Bang insomma. Mi piacerebbe avere le competenze per poter leggere meglio tra le righe di questo suo ragionamento, come farebbe un professionista e non una mamma.

Il risultato del sondaggio comunque è stato il seguente: 5 per Dio e 9 per il Big Bang e la conclusione che ha scritto la iena sotto le caselline colorate è stata: ciò che ci circonda è scienza, tutto l'universo è scienza.

Mi disarma davvero questa sua cieca fiducia nella scienza e nella tecnologia, soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo: mai come oggi ognuno di noi ha bisogno di appigliarsi a qualcosa. A Dio, alla scienza, alle parole di qualcuno che ci dà fiducia, alle affermazioni di chi dice ciò che ci piacerebbe sentire: è umano.

Chi ci tirerà fuori da questa situazione, Dio o la scienza? Razionalmente so che non arriverà qualcuno con la bacchetta magica e so che, dopo aver potuto un po' tirare il fiato nei mesi scorsi, ci aspettano ancora molti giorni difficili, ma, ora come ora, non mi sembra proprio di vedere una luce in fondo al tunnel. Per sopravvivere allora ognuno si aggrappa dove può: Dio, i numeri, il cieco ottimismo o il cieco pessimismo, la medicina, le pseudoscienze, il complotto planetario: c'è spazio per tutti. A cosa mi appiglio io? Mi piace pensare che la scienza continuerà a darci una mano, come ha fatto in questi mesi: sbagliando a volte, ma procedendo supportata da evidenze e studi, consapevole del fatto che quello che sappiamo oggi domani potrebbe non essere più vero. E non perché qualcuno prima si fosse sbagliato, ma semplicemente perché abbiamo aggiunto un tassello al puzzle, accorgendoci di qualcosa che prima non potevamo sapere.

Ecco cosa avrei risposto al sondaggio della iena: il Big Bang ha sicuramente dato inizio a tutto quanto, credo nel Big Bang. Però come essere umano non riesco a non pensare a quello che c'era un attimo prima della grande esplosione e a come fosse arrivato proprio lì e proprio in quel momento.


mercoledì, luglio 15, 2020

L'altro giorno abbiamo inforcato le bici (la iena ormai viene con la sua, la taga la usiamo solo io e il guerriero) e siamo andati al giardinetto ad aspettare il programmatore che tornava dall'ufficio,  anche lui in bicicletta.
Non c'erano tanti bimbi, giusto un paio, ma vorrei parlarvi di quello con cui hanno giocato di più i miei figli. Era lì con la nonna, la temperatura esterna si aggirava intorno ai 30° e lui aveva una camicia a maniche corte, un paio di jeans, i calzini e i sandali. Correva e si rotolava sui giochini insieme alla iena e al guerriero, quando ad un certo punto si è avvicinato alla nonna cercando di togliersi la camicia. La nonna gli ha intimato che, se se la fosse tolta, sarebbero tornati a casa.
La iena si lascia vestire tranquillamente, basta preparagli le cose in vista e se le mette senza fare tante storie, quasi sempre dal verso giusto. Il guerriero invece detesta i bottoni, tutto quello che ne ha almeno uno in dotazione viene automaticamente catalogato come "elegante" e quindi inadatto a qualsiasi attività lui voglia svolgere. Vivrebbe in tuta insomma: l'unica camicia che sono riuscita a fargli indossare è stata quella che aveva al matrimonio di mia sorella la scorsa estate, l'ha vestito il programmatore per l'occasione e non penso sia stato facile.
Mi ha fatto molta tenerezza questo bimbo con la camicia e i jeans al giardinetto al mese di luglio, ingessato in un guscio che non era chiaramente il suo. Ha provato ad uscirne ed è stato immediatamente redarguito col peggiore dei ricatti "la camicia o il giardinetto". Ho pensato a quante volte ingesso i miei figli in qualcosa che non sentono loro solo perché penso che in quel momento sia la cosa migliore (voglio pensare che la nonna l'abbia vestito così perché prima del giardinetto avevano avuto altri impegni più mondani), ai loro modi di farmi intendere che no, non è quello che vogliono: alla iena che fa il sassolino e al guerriero che inizia a lanciare tutto quello che è a tiro, che ti guarda e dice "ehnnnnno". Al ricatto che inevitabilmente mi esce dalla bocca perché a volte sembra l'unica arma a mia disposizione di fronte al muro di gomma, magari dopo una lunga trattativa sindacale conclusa in un niente di fatto. A come si fa a spiegare ad un bambino che poi, nella vita, la camicia a volte dovrà tenerla addosso anche quando vorrebbe mettersi il costume da bagno e non potrà fare il sassolino o smontare l'ennesima astronave Lego per farsi ascoltare da qualcuno.
Poi però ti ricordi che sono bambini, l'estenuante trattativa sindacale porterà sempre ad un nulla di fatto, mentre magari un cambio di prospettiva può salvare la giornata -e la camicia. In un giardinetto in riva al Po, ad esempio, camicia e jeans ti possono salvare dall'avanzata dell'esercito di zanzare che verso le 17,30/18 inizia la sua cavalcata tra gli scivoli e le altalene: chissà come sarebbero andate le cose se la nonna avesse usato le zanzare invece del solito ricatto.

lunedì, luglio 13, 2020

Questa mattina sui social è tutto un fiorire di in bocca al lupo agli studenti che, in questo 2020 così pazzo, si troveranno ad affrontare un esame di maturità come non era mai successo.
Quest'anno non ci sarà il solito scambio di opinioni con la mia amica di sempre sui titoli di temi e "e tu cosa avresti scelto?", non potrà uscire una versione di latino tipo quella di allora: i maturandi avranno un esame decisamente diverso da quello che fu il nostro, venti anni fa.
Il mio problema con la maturità è che mi sembra di aver sostenuto l'esame il mese scorso, ed è così da 20 anni: ho 19 anni da 20 anni praticamente.
Non sono mai stata una studentessa modello, gli anni del liceo sono stati intensi, ho coltivato le mie passioni e ho dedicato decisamente più tempo ad altro che non allo studio, almeno per quel che riguarda le materie che a fatica mandavo giù. Ancora oggi sogno il rientro a scuola a settembre e la paura di non ricordare più nulla di tutto quello fatto l'anno prima, di non essere più in grado di tradurre una sola riga del primo compito in classe dell'anno.
Mi ero però messa in testa una cosa: alla maturità dovevo fare una figura decorosa e ho deciso di impegnarmi molto per perseguire il mio scopo. Avevo preparato una tesina molto carina e in linea con i miei interessi, avevo studiato molto e mi ero esercitata, sapevo di poter fare bene. Di tutto quello studio il ricordo che mi resta è soprattutto quello passato con i miei compagni di classe, coi quali ho condiviso gioie e dolori, appunti e riassunti, momenti di tensione e risate, la voglia e il bisogno di farcela insieme a superare questo scoglio. Perché in fondo per me era quello, uno scoglio da superare per arrivare al mare aperto, a quello che sarebbe stato della mia vita: cosa sarei diventata? Cosa avrei voluto per me? In fondo in quel preciso momento, in quel mese di giugno 2000 era ancora tutto da scrivere, era solo energia potenziale.
Quest'anno mi sarebbe piaciuto molto ritrovare i miei compagni di classe, sarebbe stato bello scoprire dove ci ha portati la vita in questi 20 anni. Di alcuni ho completamente perso le tracce, di altri so qualcosina, altri ancora sono le amiche di sempre: tutti ormai siamo diventati grandi, una cosa che 20 anni fa sembrava così lontana nel tempo e invece adesso è già qui.
In bocca al lupo agli studenti del 2020: credo che la me diciannovenne avrebbe sofferto molto la situazione in cui vi siete trovati. L'ultimo anno del liceo per me è stato soprattutto relazione, prima ancora che studio e nozioni; è stato l'anno in cui ho capito che forse è vero che nessuno si salva da solo.

(Sì, lo so avrei dovuto cliccare su "pubblica" un mese fa, quando l'ho scritto. Mi sembrava mancasse un finale e invece, rileggendolo oggi, mi sembra perfetto così)

venerdì, marzo 13, 2020

Avrei voluto scrivere di primavere, di pic nic al parco, di aria di vacanze e di molto altro, ma non ci riesco perché le mie giornate- le nostre giornate- non sono più quella cosa lì ed è difficile per me ricordare il tempo in cui potevo caricare i bambini sul bus per andare a fare i turisti per Torino, i tempi in cui uscivamo di casa in ritardo per la scuola, i tempi in cui dovevo alzarli dal letto con le cannonate. Quanto tempo è passato da allora? Quanto tempo passerà prima che ritorni tutto questo?




E' da ieri mattina che ho in mente questa cosa, il film sono anni che non lo rivedo e magari una di queste sere provvederemo, però credo che abbia molto a che vedere con questo isolamento forzato. Nessun uomo è un'isola e mai come adesso ce ne rendiamo conto. La cosa che però mi sta frullando per la testa è che, forse, nella vita di prima eravamo tutti delle isole: talmente assuefatti dalle nostre giornate da non desiderare altro che il divano e Netflix arrivati a sera. Dov'era questo bisogno di uscire, di tornare ad essere sociali? Non lo avevamo forse perso quando abbiamo iniziato ad avere una vita sociale solo attraverso i social? E' paradossale come adesso proprio quei social stiano diventando la piazza del Paese e tutti siamo improvvisamente desiderosi di sederci ad una panchina per far parte di questa nuova movida asettica.
Alla fine è lo stesso stato d'animo, la stessa sensazione di cui avevo parlato qui, quando vi raccontavo della mia dieta: magari non ce n'è mai importato niente del fritto misto di pesce, ma solo sapere di non poterlo mangiare come, quando e quanto ci pare lo rende ai nostri occhi desiderabile come nient'altro. Finiamo per pensare solo a quello.

E' vero, torneremo ad uscire, torneremo ad abbracciarci (che poi, parliamone, avevamo tutta questa voglia di abbracciarci? non sono mai stata una persona particolarmente propensa alle manifestazioni di affetto), a viaggiare, a vivere la nostra vita di prima, ma probabilmente con una consapevolezza nuova: quella di avere davvero tanto e di averlo dato troppo spesso per scontato.

giovedì, febbraio 06, 2020


Per il mio compleanno il programmatore mi ha regalato un nuovo bollitore elettrico: quello vecchio iniziava ad avere i suoi anni, le parti in plastica si stavano ingiallendo e adesso ne ho uno nuovo fiammante che controlla la temperatura e la mantiene su richiesta. Dove ho messo il bollitore vecchio? Funzionava ancora e buttarlo senza dargli una possibilità mi dispiaceva, così l'ho fotografato e l'ho messo su questo sito qua: tempo un giorno mi hanno contattata e adesso continua a scaldare acqua in un'altra cucina.

E' domenica, il programmatore avvita la bottiglia nel gasatore per fare le super bolle, si sente un crack e la plastica del pulsante del nostro sodastream si rompe. E' una cosa da niente, basterebbe cambiare il pezzo del pulsante, l'oggetto ha ormai 4 anni e non è più coperto da nessuna garanzia, ma non mi arrendo. Contatto l'assistenza clienti per chiedere se vendono i ricambi e come posso fare per sistemarlo, perché tutto sommato è ancora perfettamente funzionante e mi dispiacerebbe buttarlo. Nel giro di una settimana mi spediscono a casa (gratis) il pezzo che si è rotto.

La iena e il guerriero sono super appassionati di Playmobil, negli anni abbiamo accumulati svariati set, ma abbiamo anche rotto/smarrito diversi accessori. Sono a casa in attesa del corriere: la iena aspetta con ansia il pacchettino contenente i nostri ricambi acquistati dall'apposita sezione del sito, perché anche i giochi si possono aggiustare.


E lo sanno bene anche i nostri amici di Drei Magier, produttori di bellissimi giochi da tavolo. Qualche mese fa ci siamo comprati "La scala dei fantasmi", ci abbiamo giocato tante volte, ma purtroppo abbiamo rovinato una pedina/fantasma: sono di legno verniciato di bianco e, per come è strutturato il gioco, devono essere tutte assolutamente identiche e quindi indistinguibili. E' bastato andare sul loro sito per scoprire che sì, anche loro forniscono ricambi per i loro giochi: a giorni dovrebbero arrivare i nostri nuovi fanstasmini, da trattare con molta cura- questa volta.

Potere di Internet, certo, ma anche la volontà di non arrendersi di fronte a qualcosa che, davvero, bastava solo riparare, senza bisogno di ricomprare e buttare.
Ieri era la giornata per lo spreco alimentare, ma pensiamo anche a quante cose buttiamo via ogni giorno solo perché non ci servono più, si sono rotte o semplicemente ci hanno stancati: abbiamo in mano tantissimi strumenti che ci permettono in modo molto semplice di dare una seconda vita agli oggetti che diamo per persi.

venerdì, novembre 15, 2019


Hanno già acceso le luci d'artista da quasi una settimana, CioccolaTo è agli sgoccioli e stamattina la scuolina della iena e del guerriero era avvolta nella solita nuvola nebbiosa tipica della zona e del periodo. Proprio per tutto questo ho deciso di rispolverare un'altra foto delle vacanze, forse anche perchè stamattina la iena a colazione- all'improvviso e senza nessun apparente legame con quello di cui stavamo discutendo- mi ha chiesto quando ci fosse la prossima sagra dello strozzaprete, appuntamento must have della stagione balneare a Lido di Savio.
E la foto di questa mattina è un altro scatto berlinese: non una foto qualsiasi, ma la prima che ho scattato. Siamo arrivati in appartamento nel tardo pomeriggio, ma ci siamo rintanati in casa perché la iena non stava benissimo e abbiamo preferito non strapazzarla, visti i precedenti.

La mattina dopo abbiamo deciso di fare una passeggiata lungo la east side gallery e la prima foto della nostra vacanza rappresenta proprio un pezzo di muro non più grigio, ma dipinto.
E' passato da poco il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino (a tal proposito sto seguendo il podcast 1989 di storielibere.fm- di cui comunque vi consiglio qualsiasi cosa, sono tutti bellissimi) ed è strano pensare oggi a quel mondo lì, che sembra così lontano nel tempo e nello spazio. Io all'epoca ero piccola e non ho praticamente nessun ricordo, se non quello della notizia al telegiornale; certo non potevo comprendere la portata storica di quel giorno, di quell'evento.
Il motivo per cui vi parlo di quelle prime foto lungo la east side gallery è la iena: appena siamo arrivati lì ha avuto praticamente un imprinting ed è rimasta stregata da questa cosa del muro che c'era e ora non c'è più, di una città tagliata a metà, dalle avventure rocambolesche- e purtroppo spesso tragiche- di tutti quelli che hanno cercato di passare da est a ovest. Ha voluto sapere tutto: chi l'aveva costruito e perché, come mai ad un certo punto è caduto e cosa è successo dopo. Ed è stato proprio mentre eravamo lì a Berlino e stavamo pensando a come rispondere alle sue domande che ci siamo imbattuti in questo video.


Ormai siamo diventati assidui fruitori dei contenuti di tutto il canale, alla iena piace molto e anche il guerriero non disdegna alcuni episodi. Spero che continuino entrambi ad essere così curiosi e a voler conoscere il mondo, capire cosa c'è dietro alle cose che siamo abituati ad avere sempre sotto il naso.
Da quando è iniziata la scuola ho pensato spesso a quanto ci costa in termini di tempo ed energie cercare di offrire ai figli un largo ventaglio di possibilità e prospettive, senza organizzare tutte le nostre attività (da come trascorrere il fine settimane alle vacanze, passando per i pomeriggi dopo la scuola e le giornate estive) incasellandole in un mero spazio kids friendly. Costa tanto e non lo nascondo, perché questo si porta dietro una serie di domande alle quali non è sempre facile dare una risposta, però io resto dell'idea che ne valga la pena, sempre. La iena, l'ultimo giorno a Berlino, ha disegnato una guida della città (la iena non ama particolarmente disegnare, quindi il suo gesto mi ha lasciata davvero basita) con le cose da vedere assolutamente. L'ha fatto per un collega del programmatore che era appena arrivato in città per una breve vacanza e col quale abbiamo condiviso la nostra ultima cena berlinese, per spiegargli per bene come investire i suoi giorni tra pezzi di muro, porta di Brandeburgo, checkpoint Charlie, musei e tutto quello che avevamo visto anche noi. Perché saranno piccoli, ma, come ho già detto in altre occasioni, sono anche perfettamente in grado di apprezzare le cose belle, spesso molto meglio dei grandi.

giovedì, ottobre 17, 2019

La scuola è iniziata, abbiamo ingranato per bene la nuova routine e ormai la iena e il guerriero li rivedo solo dopo le 16,30. In questa inedita finestra di tempo per me sto cercando di inserire qualche lavoretto casalingo, passeggiate (godendomi gli ultimi raggi di sole prima del grande freddo) e pensieri su quello che sarà. Questa mattina mi sono liberata di un po' di cose che da troppo tempo erano parcheggiate nel mio armadio senza che le utilizzassi realmente e adesso mi era proprio venuta voglia di scrivere qualcosa: ho realizzato che non ho scritto una sola parola sulle nostre vacanze estive, vedrò di rimediare.
Quando andavo in vacanza col programmatore avevo sempre nello zaino un quaderno: era il nostro diario delle vacanze e annotavamo tutto, attaccando anche biglietti, scontrini e scemate varie. Se vi dovessi raccontare qualcosa dei nostri 10 giorni a New York ormai 10 anni fa saprei dirvi per filo e per segno ogni giorno dove eravamo e cosa facevamo. Da quando ci muoviamo coi bimbi non lo facciamo più: magari quando saranno un po' più grandi ci faremo aiutare da loro e lo rifaremo, certo è una cosa alla quale bisogna dedicare del tempo, ma credo che resti un bel ricordo, oltre alle mille foto scattate. E fortuna che ci sono quelle, perché da quando non abbiamo più il quaderno delle vacanze ne ho bisogno per capire come fossero organizzate le nostre giornate, sto proprio invecchiando.
La settimana a cavallo di Ferragosto abbiamo tentato la sorte e siamo tornati a Berlino: l'altra volta che ci avevamo provato non era andata benissimo- se ricordate.
Le premesse non erano delle migliori neanche stavolta: all'arrivo in appartamento la iena aveva gli occhi da triglia e 37,5 e di febbre, ma forse era solo stanca perché, fortunatamente, la settimana è andata via liscia come l'olio.
Scorrendo le foto mi fermo a guardare questo scatto assurdo: la iena e il guerriero con felpa e pile, pantaloni arrotolati al ginocchio, scalzi accanto ad una fontana e i piedi a mollo nella sabbia bagnata. Faceva freschino, erano ormai le 19 e me li vedevo già ammalati il giorno dopo, cosa che fortunatamente non successe. Ma come eravamo finiti lì?
Un pomeriggio ho trascinato la famiglia in un quartiere inesplorato perché volevo andare a mettere il naso in questo negozio e, insieme ad una bellissima borsa, mi sono portata a casa diverse riflessioni. Appena arriviamo sul posto penso subito che la strada del negozio di borse sia un bel posto dove abitare: ci sono un negozio di giocattoli bellissimo, un mega giardinetto con tutti i comfort del caso, una gelateria niente male e tanti alberi. Ah e ovviamente bambini in bicicletta ovunque.
Il piano d'attacco è il seguente: il programmatore porta le creature nella buca di sabbia del giardinetto e io mi studio le borse: si parte!
Entro nel negozio e osservo quello che avevo solo visto sul sito web: le borse sono davvero belle e quella montagna di patte per personalizzarle le rende ai miei occhi ancora più belle. Il colore che piacerebbe a me non c'è, mi butto quindi su un grigio scuro sempre attuale e arriva il momento tragico della scelta della copertura. Tinta unita, fantasia, tessuto, plastica, con taschina, con stampa: troppe per sceglierne una sola. Mentre le studio sulla parete una ad una scorgo quella che potrebbe essere la Mia con la M maiuscola: su una patta è stampata la foto di una montagna di cavi e isolanti dell'alta tensione, probabilmente un deposito di RAEE. Da lontano sembra quasi una composizione artistica, ma osservando la scena appare evidente che si tratti di rifiuti.
Chiacchiero un po' in inglese con la commessa e le spiego che non posso non scegliere quella, non tanto per i colori, ma per il soggetto e le racconto che in passato mi sono spesso occupata di rifiuti sotto diversi aspetti. La cosa la incuriosisce e così iniziamo uno scambio che mi ha davvero fatto un certo effetto. Non so nulla della gestione dei rifiuti nè in Germania nè- nel dettaglio- a Berlino, eccezione fatta per le modalità di raccolta che sono in uso in città e che ho dovuto imparare per buttare l'immondizia che abbiamo generato nel corso della nostra permanenza. Raccolgono secco, organico, multimateriale leggero e poi hanno cassonetti diversi per vetro marrone, verde e trasparente. Vetro e plastica, in realtà, sono in larga parte vuoti a rendere: al supermercato si trova sempre una macchina mangiabottiglie che restituisce uno scontrino con un credito da riscuotere o scalare dalla spesa. Ai nostri occhi questo appare come un sistema perfettamente rodato, funzionante e funzionale, tanto che è pensiero comune che si tratti di eccellenze inarrivabili, un sistema virtuoso al quale aspirare.
Sapete cosa mi ha detto la commessa del negozio di borse? La stessa identica cosa che mi sentivo ripetere da tutti quelli che venivano agli incontri sul territorio quando ero in tour a parlare di raccolta differenziata: ma tanto poi buttano tutto insieme, chissà. La cosa ovviamente mi ha strappato un sorriso e le ho detto che noi siamo soliti pensare che lì viga un sistema sicuramente migliore del nostro. La sua affermazione era la stessa che ho sentito dire di qua dalle Alpi infinite volte e mi ha fatto davvero pensare che tutto il mondo è paese, anche lì, su quella strada affacciata su un mega giardinetto popolato da bambini in bicicletta sorridenti che mi sembrava così diverso dal giardinetto dello scivolo tubo dietro casa nostra.

mercoledì, settembre 25, 2019

Quando ero una bambina avevo fatto pubblicare il mio indirizzo su Giochiamo- il giornalino dei lupetti- perché cercavo amici di penna. Mi scrissero davvero in tanti e con alcuni di loro continuai a scambiare lettere per diversi anni: la posta mi ha sempre affascinata, quando tornavo a casa da scuola mia mamma mi lasciava le lettere sul letto e io non vedevo l'ora di aprirle. Era un po' come ricevere un regalo, una sorpresa: non sapere mai cosa ci avrei trovato dentro mi emozionava. Da che ne ho memoria ho sempre scritto lettere, dagli amici di penna dei lupetti fino al corteggiamento multimediale con il programmatore.
Avere amici di penna e aspettare le loro risposte mi ha aiutata ad esercitarmi nell'attesa e ad avere pazienza: non sapere se e quando sarebbe arrivata una lettera era bello, ma allo stesso tempo impegnativo.
Negli ultimi 30 anni le cose sono molto cambiate: dalle settimane di attesa per una lettera, siamo passati alle mail, la prima vera rivoluzione del nuovo millennio, almeno per quanto riguarda la sottoscritta. La lettera si spediva con un clic e arrivava subito a destinazione; a volte nel giro di poche ore si poteva ricevere una risposta, una cosa folle. Certo non era come oggi: la posta elettronica non la si controllava tutti i giorni più volte al giorno e non sempre era tutto così veloce, ma sempre meglio di carta e penna.
Gli anni sono passati in fretta e oggi tutti abbiamo uno smartphone che in maniera autonoma continuamente controlla se ci sono nuovi messaggi: siamo tutti ossessionati dalle spunte blu, dagli ultimi accessi e non sappiamo più aspettare una risposta.
A questo pensavo oggi mentre attendevo notizie da casa: al fatto che per fare qualcosa ci vuole tempo e il tempo non passa più velocemente controllando ossessivamente il telefono. Ogni cosa ha il suo tempo e invece ormai ci siamo abituati a ricevere risposte immediate a qualunque domanda, a qualunque esigenza.
Aspettare è diventato difficile, insopportabile e mi manca quell'euforia che accompagnava il ritorno da scuola, quando tutto poteva essere, quando forse avrei trovato una lettera ai piedi del letto.

martedì, settembre 17, 2019

Piccolo disclaimer iniziale: non ho nessuna intenzione di idealizzare una realtà che non conosco, mi limiterò a descrivere quello che ho visto e le sensazioni che ho avuto da turista. Vivere in una città, qualunque essa sia, ha sicuramente i suoi pregi e i suoi difetti: passandoci solo una settimana in vacanza si tende a ricordare molto bene i primi e a non avere abbastanza tempo per conoscere i secondi.

A Berlino i bambini girano da soli, a bordo di monopattini, skateboard, biciclette a volte più grandi di loro o semplicemente sulle loro gambe. Si muovono sui marciapiedi e sulla strada con una discreta padronanza del mezzo e portandosi addosso ciò che gli serve, che sia lo zaino di scuola o uno strumento musicale. Ne ho visti tanti, troppi per pensare che si trattasse di casi sporadici. Ho cercato di pensare al perché: in fondo non è una piccola città, non è poco trafficata, non è un paesello di campagna. La conclusione alla quale sono giunta è che si tratti di una mera questione di mentalità: forse noi tendiamo ad essere troppo protettivi o loro troppo libertini, non so davvero quale sia la risposta. Quello che sicuramente è vero è che c'è una diversa mentalità per quel che riguarda tutto il mondo dell'infanzia: non so come funzionino le loro scuole, però una città dove i bambini sono liberi di avere un loro spazio nel mondo credo sia un bel posto dove vivere. Un posto che ha deciso di investire sul suo futuro, un posto con quel tipo di lungimiranza che qui, salvo rari e sporadici casi, vedo sempre di meno.
La iena ha iniziato la scuola primaria e il guerriero la scuola dell'infanzia e la prima notizia certa che abbiamo ricevuto dal dirigente scolastico è che, ancora per la prossima settimana, non ci sarà il tempo pieno perché mancano gli insegnanti. Un paese che ogni anno a settembre si ritrova in questo stato non è un paese che sta investendo sul suo futuro: è un paese che non capisce che la scuola è un tassello importante nella vita dell'individuo, che la famiglia sicuramente ci mette del suo, ma i nostri figli stanno a scuola per 7 ore 5 giorni su 7, non è poco. E se la nostra scuola non è più in grado di preparare i nostri figli è, secondo me, perché non c'è nessuna continuità, nessuna progettualità a lungo termine, è tutto un cercare di mettere una pezza ad una situazione che si è creata, sta sfuggendo di mano e, apparentemente, nessuno sembra essere in grado di aggiustare.
E così anche quest'anno si riparte, nonostante tutto. Nonostante la maestra della iena cambiata all'ultimo momento, nonostante la carta igienica e il sapone che mancano e i mille progetti che si vorrebbero fare, ma per i quali mancheranno i fondi.
Però voglio pensare positivo: la mensa è diminuita un po' e nella classettina dell'infanzia che frequenta il guerriero è già arrivata la maestra mancante e, per la prima volta, sembra essere una persona normale (nei tre anni precedenti con la iena era sempre stato un calvario). Buon anno scolastico.



Ah, il titolo del post è ovviamente ispirato al film di Daniele Luchetti, sempre attualissimo nonostante i suoi quasi 25 anni.

venerdì, agosto 16, 2019

Tra meno di un mese la iena inizierà la scuola elementare- che, detto così, mi fa salire un brivido lungo la schiena. La iena è prontissima per l'evento, credo che non veda l'ora di partire per questa nuova avventura, forse io sono meno pronta a vederlo diventare grande, ma credo sia un problema appunto solo mio.
Torniamo a noi: prima di partire per un viaggio ci vuole la giusta attrezzatura e, girovagando in rete, mi ero innamorata di questi zaini da scuola; ho pensato che, prima di comprarlo, mi sarebbe piaciuto vederlo dal vivo e che ne avrei approfittato durante la nostra vacanzina berlinese.
Non è stato affatto complicato stanarlo: sembra che ogni bambin* ne abbia ricevuto uno in dote alla nascita e, prima ancora di vederlo su uno scaffale di un negozio, ne ho visti a decine sulle spalle dei bimbi e delle bimbe che andavano o uscivano da scuola. Ho subito pensato che loro fossero i migliori testimonial del prodotto: se è vero che tutti lo usano vorrà dire che fa bene il suo lavoro. Il suo lavoro è contenere il necessario per la scuola ed essere portato sulle spalle di un seienne (e di lì a salire). Può sembrare scontato, ma non lo è, non se vi siete fatti un giro per materiale scolastico a queste latitudini: lo zaino è chiaramente fatto per essere trascinato su ruote o portato sulle spalle della mamma/nonna/tata di turno, perché? Perché pensiamo che sia troppo pesante? Nella stragrande maggioranza dei casi il tragitto più lungo che i nostri figli fanno con lo zaino è quello che noi non vediamo: dal portone alla classe, visto che lo sport nazionale sembra essere quello di arrivare con l'auto quanto più vicino possibile al cancello. Già me la vedevo la iena a camminare sul marciapiede qui fuori trascinando il suo trolley facendo lo slalom tra una cacca di cane, un coccio di bottiglia e una buca e poi trascinarselo su per due rampe di scale. Ma perché? Perché pensiamo che i nostri figli non siano in grado di fare cose alla loro portata, mentre a volte pretendiamo che ne facciano altre ben al di sopra delle loro possibilità?
Abbiamo scelto lo zainetto col disegno che più gli piaceva e adesso lo compreremo online perché a Berlino l'abbiamo trovato solo venduto nel set insieme allo zaino piccolo e altre ottomila cose. Probabilmente sarà l'unico bambino ad arrivare al cancello con lo zaino sulle spalle, ma spero che la cosa lo renda fiero di essere in grado di partire per questa nuova avventura con le sue gambe e i suoi mezzi, conscio del fatto che ci saremo sempre noi a dargli la mano e ad aiutarlo quando ne avrà bisogno. Ma anche a lasciarlo andare da solo quando sentirà di potercela fare.

giovedì, luglio 18, 2019

Questo post è stato riesumato dalla cartella delle bozze dopo quasi due mesi di stagionatura, gli eventi a cui faccio riferimento quindi risalgono a maggio. E se vi chiedete se nel mentre è arrivata la risposta... ovviamente no.

Mercoledì scorso è stata una giornata che definirei rocambolesca: ho portato la iena al pronto soccorso dopo che si era infilata un seme di mela in un orecchio all'asilo, avevo altre mille cose da incastrare e a contribuire allo scombussolamento generale è sbucato un fantasma del passato che mi ha riportato alla luce una serie di pensieri e riflessioni. Potere dei social: una persona che non sentivo più da 15 anni mi ha contattata su Instagram. Dopo un primo momento di ilarità generale durante in quale ho mandato foto della notifica alle mie amiche di una vita per farle sorridere ho riflettuto su una cosa.
A volte mi capita di pensare a tutte le persone che ho incontrato nella mia vita (sia in carne e ossa che sulle chat che in gioventù frequentavo assiduamente): chissà dove le ha condotte la vita? Avranno realizzato i loro sogni? Hanno dei figli anche loro? Li riconoscerei se li incontrassi per strada? In fondo buona parte di queste persone le ho conosciute forse nel momento della vita in cui ancora tutto può essere. Nessuna di queste persone è diventata famosa, nessuna è finita sul giornale per qualche motivo: saranno tutte persone ordinarie? Io non credo, straordinari sotto sotto lo siamo tutti, chi nel piccolo e chi nel grande.
Cosa voleva il mio fantasma? Niente di che, chiedeva cose per un'amica, ma non sono stata in grado di aiutarlo. Ho scritto due righe su di me, ho salutato cortesemente e ho cliccato su invia. Anzi, il guerriero ha cliccato su invia perché mi ronzava attorno da decine di minuti (avevo diverse mail da mandare) e voleva schiacciare qualcosa anche lui, ovviamente. E' passata ormai una settimana e non ho ricevuto nessuna risposta: credo che rimarrò con la curiosità per quanto riguarda le domande di cui sopra. A 20 anni questa cosa di non ricevere risposte mi logorava, oggi onestamente ho imparato a conviverci. C'è stato un periodo della mia vita in cui era più il tempo che passavo scrivendo cose di quello che passavo dialogando di persona con gli altri: scrivevo, scrivevo, scrivevo su una tastiera che forse conservo ancora da qualche parte, una di quelle coi tasti che facevano tac tac e la barra spazio rotta- dondolava e funzionava solo se la premevi esattamente al centro.
Scrivevo anche su fogli a quadretti grandi, usando il quadretto come misura per le lettere alte, spingendo molto sulla punta della penna: alla fine avevo i crampi alla mano e i fogli stavano rigidi, tutti incurvati dai segni che avevo praticamente inciso sopra. Solo domenica ho capito che non ne valeva la pena di logorarmi per tutte le risposte che non ho mai ricevuto: ero grafomane e non lo sospettavo neanche lontanamente. Ho ripulito una cassettiera che avevamo in camera da letto e ci ho trovato milioni di lettere, bigliettini, cartoline che avevo scritto al programmatore in una vita passata. Mentre lui giocava coi bimbi ogni tanto gli portavo a far vedere queste paginate miniate e gli ho chiesto come mai non mi avesse mai mandata nel casino. Scrivevo e raccontavo cose, i pensieri uscivano dalla testa e si depositavano sul foglio- reale o virtuale che fosse. Scrivevo perché forse era l'unico modo che avevo per elaborare le mie emozioni, per paura che tutte quelle cose potessero scappare via e che finissero perse da qualche parte. Conservo ancora tutti i miei temi del liceo, per dire. Scrivevo perché ero convinta che fossero cose importanti che valeva la pena ricordare: mi rendo conto solo ora che le cose veramente importanti alla fine le ho solo vissute, a volte le ho raccontate a voce e molto raramente le ho scritte.
Ed è qui forse che in questi 15 anni mi ha condotto la vita: sono molto diversa da allora, soprattutto sento che la maternità mi ha cambiata molto, mi ha dato una prospettiva assolutamente nuova ed inedita sulla vita, sul mondo e quello che voglio essere. Scrivo ancora, ogni tanto, soprattutto qui sopra, racconto piccole cose che mi colpiscono, ma non ne faccio più una malattia. E no, non è una scusa per giustificare la mia assenza su questi schermi, forse è lo stesso motivo che mi porta sempre a perdere l'istante giusto per una foto o un video, perché la vita vera adesso mi piace godermela in diretta, senza filtri.

giovedì, luglio 11, 2019

La scuola dell'infanzia è finita, l'asilo del guerriero andrà avanti fino a fine mese, ma non lo frequenta tutti i giorni e oggi eravamo a casa tutti e tre. Avevo un programma: saremmo dovuti andare a pranzo con una mia amica che non vedo da tempo, ma niente. Ormai però avevo promesso ai bimbi un pranzo a zonzo così ho pensato di portarli alla mostra che c'è in questo momento al mastio della Cittadella: Uomo virtuale.
Regola numero uno, sempre e comunque: i viaggi, le mostre, il teatro, una cena al ristorante, una passeggiata, tutto quanto coi figli non sarà mai come farlo soli o in coppia. E' importante secondo me fare pace con questa idea, perché è l'unico modo che vi/ci permetterà di godere di tutto quanto senza rimorsi o rimpianti e senza che le nostre aspettative vengano disattese. Quindi, li porto sì alla mostra, ma so già che dovremo tornarci un altro paio di volte per vederla tutta quanta: abbonamento musei e passa la paura, quest'anno l'ho fatto anche per la iena che ha compiuto 6 anni e in molti posti pagherebbe.
Con le dovute premesse quindi entriamo e iniziamo la nostra esplorazione: la giornata è ideale perché siamo praticamente soli e calca e bambini non vanno d'accordo.
Non me la sento di dare un giudizio troppo tecnico sulla mostra perché oggettivamente non l'ho vista così bene, però mi è piaciuta molto, il giusto mix di cose da vedere, da leggere e con cui interagire, ideale per catturare pubblici diversi.
Mi limiterò invece a dirvi se ai bimbi è piaciuta: da morire e ci vogliono assolutamente tornare col programmatore. Mi sarebbe piaciuto poter registrare e cogliere il momento esatto in cui mio marito è entrato in casa dopo il lavoro e ha chiesto alla iena e al guerriero cosa avessimo fatto oggi. E' stato impressionate scoprire quanto di tutto quello che avevamo visto e fatto gli era rimasto in testa, l'entusiasmo e la precisione con cui sono stati in grado di raccontarlo- ognuno con parole sue, ovviamente. Sono rimasta davvero colpita da quei 10 minuti di racconti e non ho potuto non pensare alla signora di quella volta là, perché la iena aveva proprio la stessa età del guerriero oggi. Chissà cosa mi avrebbe detto oggi, con quali parole sottili mi avrebbe fatto notare che neanche quello, probabilmente, era un posto adatto ai bambini.
Tre anni fa era una domanda, oggi invece è un'affermazione della quale sono fermamente convinta: le arti sono per tutti.

lunedì, giugno 03, 2019

Sono seduta al sole di questa primavera che sembra non arrivare davvero mai, aspetto che inizi la lezione di pilates, penso al giretto che faremo domani al salone del libro, al teatro di stasera col programmatore e a tutte le cose belle che succederanno in questi giorni.
30 kg fa a volte mi svegliavo la mattina e mi sentivo leggera, pensavo che sarei scesa dal letto come una farfalla e che sarei riuscita a comprarmi abiti in un qualsiasi negozio. Mi sarà capitato giusto un paio di volte, non so neanche io perché: non mi vedevo così allo specchio e ancora adesso non mi capacito di come facessi ad entrare dentro certi vestiti che, pur dopo svariate sedute di decluttering, ancora escono dai meandri del mio armadio. Perdere quel peso è stato molto graduale, c'è stata la gravidanza del guerriero di mezzo e un sacco di altre cose. Mi ricordo che mi sono svegliata una mattina col guerriero che aveva pochi giorni e mi sono accorta che era successo davvero: il mio armadio non conteneva più nulla che non mi facesse sembrare una scappata da casa. Io non ero più io.
È stato tutto così graduale e così "naturale" che io non ci ho neanche fatto caso, non ero partita con un obiettivo preciso, non c'era una prova costume, era una prova con me stessa, un "vediamo cosa succede se almeno faccio un tentativo". Con me non avrebbe funzionato avere un vestito appeso in camera dentro cui entrare, non è così che sono fatta.
Quello che so è che la testa, quella non dimagrisce mai, quella ti farà sempre vedere nello specchio con le cosce grosse (e a volte mi chiedo chissà prima com'erano), il culone e, sempre lei, ti chiederà di pesarti ogni giorno per essere sicura di non riprendere quello che hai perso, per avere la conferma del fatto che sia tutto reale. Con tutto questo ho imparato a convivere e anche a fare la pace, ad accettare le cose come vengono, a non rimpiangere le mie tette e la mia linea di galleggiamento e ad apprezzarmi così come sono.
Tutta questa storia mi ha insegnato che non è mai una sfida contro qualcosa- i carboidrati, il gelato, il burro, la prova costume, le commesse che ti guardano male- ma è una lotta continua con la testa. Perché mangiare è bello, il gelato è buono e potrei fare un elenco infinito di cose per le quali dire "basta" è dura, ma alla fine non è colpa del mondo, non esistono espedienti magici, siamo solo noi che possiamo cambiare le cose un pezzo alla volta. E ci svegliamo una mattina che non siamo più noi.
L'ispirazione di oggi è arrivata dalla vita e dalle situazioni contingenti, ma non solo. Se avete voglia seguite Gabriele Bernardini su Instagram, guardate le sue storie in evidenza "what I eat in a day" e cercate il post che ha scritto il 6 maggio.