giovedì, febbraio 06, 2020


Per il mio compleanno il programmatore mi ha regalato un nuovo bollitore elettrico: quello vecchio iniziava ad avere i suoi anni, le parti in plastica si stavano ingiallendo e adesso ne ho uno nuovo fiammante che controlla la temperatura e la mantiene su richiesta. Dove ho messo il bollitore vecchio? Funzionava ancora e buttarlo senza dargli una possibilità mi dispiaceva, così l'ho fotografato e l'ho messo su questo sito qua: tempo un giorno mi hanno contattata e adesso continua a scaldare acqua in un'altra cucina.

E' domenica, il programmatore avvita la bottiglia nel gasatore per fare le super bolle, si sente un crack e la plastica del pulsante del nostro sodastream si rompe. E' una cosa da niente, basterebbe cambiare il pezzo del pulsante, l'oggetto ha ormai 4 anni e non è più coperto da nessuna garanzia, ma non mi arrendo. Contatto l'assistenza clienti per chiedere se vendono i ricambi e come posso fare per sistemarlo, perché tutto sommato è ancora perfettamente funzionante e mi dispiacerebbe buttarlo. Nel giro di una settimana mi spediscono a casa (gratis) il pezzo che si è rotto.

La iena e il guerriero sono super appassionati di Playmobil, negli anni abbiamo accumulati svariati set, ma abbiamo anche rotto/smarrito diversi accessori. Sono a casa in attesa del corriere: la iena aspetta con ansia il pacchettino contenente i nostri ricambi acquistati dall'apposita sezione del sito, perché anche i giochi si possono aggiustare.


E lo sanno bene anche i nostri amici di Drei Magier, produttori di bellissimi giochi da tavolo. Qualche mese fa ci siamo comprati "La scala dei fantasmi", ci abbiamo giocato tante volte, ma purtroppo abbiamo rovinato una pedina/fantasma: sono di legno verniciato di bianco e, per come è strutturato il gioco, devono essere tutte assolutamente identiche e quindi indistinguibili. E' bastato andare sul loro sito per scoprire che sì, anche loro forniscono ricambi per i loro giochi: a giorni dovrebbero arrivare i nostri nuovi fanstasmini, da trattare con molta cura- questa volta.

Potere di Internet, certo, ma anche la volontà di non arrendersi di fronte a qualcosa che, davvero, bastava solo riparare, senza bisogno di ricomprare e buttare.
Ieri era la giornata per lo spreco alimentare, ma pensiamo anche a quante cose buttiamo via ogni giorno solo perché non ci servono più, si sono rotte o semplicemente ci hanno stancati: abbiamo in mano tantissimi strumenti che ci permettono in modo molto semplice di dare una seconda vita agli oggetti che diamo per persi.

venerdì, novembre 15, 2019


Hanno già acceso le luci d'artista da quasi una settimana, CioccolaTo è agli sgoccioli e stamattina la scuolina della iena e del guerriero era avvolta nella solita nuvola nebbiosa tipica della zona e del periodo. Proprio per tutto questo ho deciso di rispolverare un'altra foto delle vacanze, forse anche perchè stamattina la iena a colazione- all'improvviso e senza nessun apparente legame con quello di cui stavamo discutendo- mi ha chiesto quando ci fosse la prossima sagra dello strozzaprete, appuntamento must have della stagione balneare a Lido di Savio.
E la foto di questa mattina è un altro scatto berlinese: non una foto qualsiasi, ma la prima che ho scattato. Siamo arrivati in appartamento nel tardo pomeriggio, ma ci siamo rintanati in casa perché la iena non stava benissimo e abbiamo preferito non strapazzarla, visti i precedenti.

La mattina dopo abbiamo deciso di fare una passeggiata lungo la east side gallery e la prima foto della nostra vacanza rappresenta proprio un pezzo di muro non più grigio, ma dipinto.
E' passato da poco il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino (a tal proposito sto seguendo il podcast 1989 di storielibere.fm- di cui comunque vi consiglio qualsiasi cosa, sono tutti bellissimi) ed è strano pensare oggi a quel mondo lì, che sembra così lontano nel tempo e nello spazio. Io all'epoca ero piccola e non ho praticamente nessun ricordo, se non quello della notizia al telegiornale; certo non potevo comprendere la portata storica di quel giorno, di quell'evento.
Il motivo per cui vi parlo di quelle prime foto lungo la east side gallery è la iena: appena siamo arrivati lì ha avuto praticamente un imprinting ed è rimasta stregata da questa cosa del muro che c'era e ora non c'è più, di una città tagliata a metà, dalle avventure rocambolesche- e purtroppo spesso tragiche- di tutti quelli che hanno cercato di passare da est a ovest. Ha voluto sapere tutto: chi l'aveva costruito e perché, come mai ad un certo punto è caduto e cosa è successo dopo. Ed è stato proprio mentre eravamo lì a Berlino e stavamo pensando a come rispondere alle sue domande che ci siamo imbattuti in questo video.


Ormai siamo diventati assidui fruitori dei contenuti di tutto il canale, alla iena piace molto e anche il guerriero non disdegna alcuni episodi. Spero che continuino entrambi ad essere così curiosi e a voler conoscere il mondo, capire cosa c'è dietro alle cose che siamo abituati ad avere sempre sotto il naso.
Da quando è iniziata la scuola ho pensato spesso a quanto ci costa in termini di tempo ed energie cercare di offrire ai figli un largo ventaglio di possibilità e prospettive, senza organizzare tutte le nostre attività (da come trascorrere il fine settimane alle vacanze, passando per i pomeriggi dopo la scuola e le giornate estive) incasellandole in un mero spazio kids friendly. Costa tanto e non lo nascondo, perché questo si porta dietro una serie di domande alle quali non è sempre facile dare una risposta, però io resto dell'idea che ne valga la pena, sempre. La iena, l'ultimo giorno a Berlino, ha disegnato una guida della città (la iena non ama particolarmente disegnare, quindi il suo gesto mi ha lasciata davvero basita) con le cose da vedere assolutamente. L'ha fatto per un collega del programmatore che era appena arrivato in città per una breve vacanza e col quale abbiamo condiviso la nostra ultima cena berlinese, per spiegargli per bene come investire i suoi giorni tra pezzi di muro, porta di Brandeburgo, checkpoint Charlie, musei e tutto quello che avevamo visto anche noi. Perché saranno piccoli, ma, come ho già detto in altre occasioni, sono anche perfettamente in grado di apprezzare le cose belle, spesso molto meglio dei grandi.

giovedì, ottobre 17, 2019

La scuola è iniziata, abbiamo ingranato per bene la nuova routine e ormai la iena e il guerriero li rivedo solo dopo le 16,30. In questa inedita finestra di tempo per me sto cercando di inserire qualche lavoretto casalingo, passeggiate (godendomi gli ultimi raggi di sole prima del grande freddo) e pensieri su quello che sarà. Questa mattina mi sono liberata di un po' di cose che da troppo tempo erano parcheggiate nel mio armadio senza che le utilizzassi realmente e adesso mi era proprio venuta voglia di scrivere qualcosa: ho realizzato che non ho scritto una sola parola sulle nostre vacanze estive, vedrò di rimediare.
Quando andavo in vacanza col programmatore avevo sempre nello zaino un quaderno: era il nostro diario delle vacanze e annotavamo tutto, attaccando anche biglietti, scontrini e scemate varie. Se vi dovessi raccontare qualcosa dei nostri 10 giorni a New York ormai 10 anni fa saprei dirvi per filo e per segno ogni giorno dove eravamo e cosa facevamo. Da quando ci muoviamo coi bimbi non lo facciamo più: magari quando saranno un po' più grandi ci faremo aiutare da loro e lo rifaremo, certo è una cosa alla quale bisogna dedicare del tempo, ma credo che resti un bel ricordo, oltre alle mille foto scattate. E fortuna che ci sono quelle, perché da quando non abbiamo più il quaderno delle vacanze ne ho bisogno per capire come fossero organizzate le nostre giornate, sto proprio invecchiando.
La settimana a cavallo di Ferragosto abbiamo tentato la sorte e siamo tornati a Berlino: l'altra volta che ci avevamo provato non era andata benissimo- se ricordate.
Le premesse non erano delle migliori neanche stavolta: all'arrivo in appartamento la iena aveva gli occhi da triglia e 37,5 e di febbre, ma forse era solo stanca perché, fortunatamente, la settimana è andata via liscia come l'olio.
Scorrendo le foto mi fermo a guardare questo scatto assurdo: la iena e il guerriero con felpa e pile, pantaloni arrotolati al ginocchio, scalzi accanto ad una fontana e i piedi a mollo nella sabbia bagnata. Faceva freschino, erano ormai le 19 e me li vedevo già ammalati il giorno dopo, cosa che fortunatamente non successe. Ma come eravamo finiti lì?
Un pomeriggio ho trascinato la famiglia in un quartiere inesplorato perché volevo andare a mettere il naso in questo negozio e, insieme ad una bellissima borsa, mi sono portata a casa diverse riflessioni. Appena arriviamo sul posto penso subito che la strada del negozio di borse sia un bel posto dove abitare: ci sono un negozio di giocattoli bellissimo, un mega giardinetto con tutti i comfort del caso, una gelateria niente male e tanti alberi. Ah e ovviamente bambini in bicicletta ovunque.
Il piano d'attacco è il seguente: il programmatore porta le creature nella buca di sabbia del giardinetto e io mi studio le borse: si parte!
Entro nel negozio e osservo quello che avevo solo visto sul sito web: le borse sono davvero belle e quella montagna di patte per personalizzarle le rende ai miei occhi ancora più belle. Il colore che piacerebbe a me non c'è, mi butto quindi su un grigio scuro sempre attuale e arriva il momento tragico della scelta della copertura. Tinta unita, fantasia, tessuto, plastica, con taschina, con stampa: troppe per sceglierne una sola. Mentre le studio sulla parete una ad una scorgo quella che potrebbe essere la Mia con la M maiuscola: su una patta è stampata la foto di una montagna di cavi e isolanti dell'alta tensione, probabilmente un deposito di RAEE. Da lontano sembra quasi una composizione artistica, ma osservando la scena appare evidente che si tratti di rifiuti.
Chiacchiero un po' in inglese con la commessa e le spiego che non posso non scegliere quella, non tanto per i colori, ma per il soggetto e le racconto che in passato mi sono spesso occupata di rifiuti sotto diversi aspetti. La cosa la incuriosisce e così iniziamo uno scambio che mi ha davvero fatto un certo effetto. Non so nulla della gestione dei rifiuti nè in Germania nè- nel dettaglio- a Berlino, eccezione fatta per le modalità di raccolta che sono in uso in città e che ho dovuto imparare per buttare l'immondizia che abbiamo generato nel corso della nostra permanenza. Raccolgono secco, organico, multimateriale leggero e poi hanno cassonetti diversi per vetro marrone, verde e trasparente. Vetro e plastica, in realtà, sono in larga parte vuoti a rendere: al supermercato si trova sempre una macchina mangiabottiglie che restituisce uno scontrino con un credito da riscuotere o scalare dalla spesa. Ai nostri occhi questo appare come un sistema perfettamente rodato, funzionante e funzionale, tanto che è pensiero comune che si tratti di eccellenze inarrivabili, un sistema virtuoso al quale aspirare.
Sapete cosa mi ha detto la commessa del negozio di borse? La stessa identica cosa che mi sentivo ripetere da tutti quelli che venivano agli incontri sul territorio quando ero in tour a parlare di raccolta differenziata: ma tanto poi buttano tutto insieme, chissà. La cosa ovviamente mi ha strappato un sorriso e le ho detto che noi siamo soliti pensare che lì viga un sistema sicuramente migliore del nostro. La sua affermazione era la stessa che ho sentito dire di qua dalle Alpi infinite volte e mi ha fatto davvero pensare che tutto il mondo è paese, anche lì, su quella strada affacciata su un mega giardinetto popolato da bambini in bicicletta sorridenti che mi sembrava così diverso dal giardinetto dello scivolo tubo dietro casa nostra.

mercoledì, settembre 25, 2019

Quando ero una bambina avevo fatto pubblicare il mio indirizzo su Giochiamo- il giornalino dei lupetti- perché cercavo amici di penna. Mi scrissero davvero in tanti e con alcuni di loro continuai a scambiare lettere per diversi anni: la posta mi ha sempre affascinata, quando tornavo a casa da scuola mia mamma mi lasciava le lettere sul letto e io non vedevo l'ora di aprirle. Era un po' come ricevere un regalo, una sorpresa: non sapere mai cosa ci avrei trovato dentro mi emozionava. Da che ne ho memoria ho sempre scritto lettere, dagli amici di penna dei lupetti fino al corteggiamento multimediale con il programmatore.
Avere amici di penna e aspettare le loro risposte mi ha aiutata ad esercitarmi nell'attesa e ad avere pazienza: non sapere se e quando sarebbe arrivata una lettera era bello, ma allo stesso tempo impegnativo.
Negli ultimi 30 anni le cose sono molto cambiate: dalle settimane di attesa per una lettera, siamo passati alle mail, la prima vera rivoluzione del nuovo millennio, almeno per quanto riguarda la sottoscritta. La lettera si spediva con un clic e arrivava subito a destinazione; a volte nel giro di poche ore si poteva ricevere una risposta, una cosa folle. Certo non era come oggi: la posta elettronica non la si controllava tutti i giorni più volte al giorno e non sempre era tutto così veloce, ma sempre meglio di carta e penna.
Gli anni sono passati in fretta e oggi tutti abbiamo uno smartphone che in maniera autonoma continuamente controlla se ci sono nuovi messaggi: siamo tutti ossessionati dalle spunte blu, dagli ultimi accessi e non sappiamo più aspettare una risposta.
A questo pensavo oggi mentre attendevo notizie da casa: al fatto che per fare qualcosa ci vuole tempo e il tempo non passa più velocemente controllando ossessivamente il telefono. Ogni cosa ha il suo tempo e invece ormai ci siamo abituati a ricevere risposte immediate a qualunque domanda, a qualunque esigenza.
Aspettare è diventato difficile, insopportabile e mi manca quell'euforia che accompagnava il ritorno da scuola, quando tutto poteva essere, quando forse avrei trovato una lettera ai piedi del letto.

martedì, settembre 17, 2019

Piccolo disclaimer iniziale: non ho nessuna intenzione di idealizzare una realtà che non conosco, mi limiterò a descrivere quello che ho visto e le sensazioni che ho avuto da turista. Vivere in una città, qualunque essa sia, ha sicuramente i suoi pregi e i suoi difetti: passandoci solo una settimana in vacanza si tende a ricordare molto bene i primi e a non avere abbastanza tempo per conoscere i secondi.

A Berlino i bambini girano da soli, a bordo di monopattini, skateboard, biciclette a volte più grandi di loro o semplicemente sulle loro gambe. Si muovono sui marciapiedi e sulla strada con una discreta padronanza del mezzo e portandosi addosso ciò che gli serve, che sia lo zaino di scuola o uno strumento musicale. Ne ho visti tanti, troppi per pensare che si trattasse di casi sporadici. Ho cercato di pensare al perché: in fondo non è una piccola città, non è poco trafficata, non è un paesello di campagna. La conclusione alla quale sono giunta è che si tratti di una mera questione di mentalità: forse noi tendiamo ad essere troppo protettivi o loro troppo libertini, non so davvero quale sia la risposta. Quello che sicuramente è vero è che c'è una diversa mentalità per quel che riguarda tutto il mondo dell'infanzia: non so come funzionino le loro scuole, però una città dove i bambini sono liberi di avere un loro spazio nel mondo credo sia un bel posto dove vivere. Un posto che ha deciso di investire sul suo futuro, un posto con quel tipo di lungimiranza che qui, salvo rari e sporadici casi, vedo sempre di meno.
La iena ha iniziato la scuola primaria e il guerriero la scuola dell'infanzia e la prima notizia certa che abbiamo ricevuto dal dirigente scolastico è che, ancora per la prossima settimana, non ci sarà il tempo pieno perché mancano gli insegnanti. Un paese che ogni anno a settembre si ritrova in questo stato non è un paese che sta investendo sul suo futuro: è un paese che non capisce che la scuola è un tassello importante nella vita dell'individuo, che la famiglia sicuramente ci mette del suo, ma i nostri figli stanno a scuola per 7 ore 5 giorni su 7, non è poco. E se la nostra scuola non è più in grado di preparare i nostri figli è, secondo me, perché non c'è nessuna continuità, nessuna progettualità a lungo termine, è tutto un cercare di mettere una pezza ad una situazione che si è creata, sta sfuggendo di mano e, apparentemente, nessuno sembra essere in grado di aggiustare.
E così anche quest'anno si riparte, nonostante tutto. Nonostante la maestra della iena cambiata all'ultimo momento, nonostante la carta igienica e il sapone che mancano e i mille progetti che si vorrebbero fare, ma per i quali mancheranno i fondi.
Però voglio pensare positivo: la mensa è diminuita un po' e nella classettina dell'infanzia che frequenta il guerriero è già arrivata la maestra mancante e, per la prima volta, sembra essere una persona normale (nei tre anni precedenti con la iena era sempre stato un calvario). Buon anno scolastico.



Ah, il titolo del post è ovviamente ispirato al film di Daniele Luchetti, sempre attualissimo nonostante i suoi quasi 25 anni.

venerdì, agosto 16, 2019

Tra meno di un mese la iena inizierà la scuola elementare- che, detto così, mi fa salire un brivido lungo la schiena. La iena è prontissima per l'evento, credo che non veda l'ora di partire per questa nuova avventura, forse io sono meno pronta a vederlo diventare grande, ma credo sia un problema appunto solo mio.
Torniamo a noi: prima di partire per un viaggio ci vuole la giusta attrezzatura e, girovagando in rete, mi ero innamorata di questi zaini da scuola; ho pensato che, prima di comprarlo, mi sarebbe piaciuto vederlo dal vivo e che ne avrei approfittato durante la nostra vacanzina berlinese.
Non è stato affatto complicato stanarlo: sembra che ogni bambin* ne abbia ricevuto uno in dote alla nascita e, prima ancora di vederlo su uno scaffale di un negozio, ne ho visti a decine sulle spalle dei bimbi e delle bimbe che andavano o uscivano da scuola. Ho subito pensato che loro fossero i migliori testimonial del prodotto: se è vero che tutti lo usano vorrà dire che fa bene il suo lavoro. Il suo lavoro è contenere il necessario per la scuola ed essere portato sulle spalle di un seienne (e di lì a salire). Può sembrare scontato, ma non lo è, non se vi siete fatti un giro per materiale scolastico a queste latitudini: lo zaino è chiaramente fatto per essere trascinato su ruote o portato sulle spalle della mamma/nonna/tata di turno, perché? Perché pensiamo che sia troppo pesante? Nella stragrande maggioranza dei casi il tragitto più lungo che i nostri figli fanno con lo zaino è quello che noi non vediamo: dal portone alla classe, visto che lo sport nazionale sembra essere quello di arrivare con l'auto quanto più vicino possibile al cancello. Già me la vedevo la iena a camminare sul marciapiede qui fuori trascinando il suo trolley facendo lo slalom tra una cacca di cane, un coccio di bottiglia e una buca e poi trascinarselo su per due rampe di scale. Ma perché? Perché pensiamo che i nostri figli non siano in grado di fare cose alla loro portata, mentre a volte pretendiamo che ne facciano altre ben al di sopra delle loro possibilità?
Abbiamo scelto lo zainetto col disegno che più gli piaceva e adesso lo compreremo online perché a Berlino l'abbiamo trovato solo venduto nel set insieme allo zaino piccolo e altre ottomila cose. Probabilmente sarà l'unico bambino ad arrivare al cancello con lo zaino sulle spalle, ma spero che la cosa lo renda fiero di essere in grado di partire per questa nuova avventura con le sue gambe e i suoi mezzi, conscio del fatto che ci saremo sempre noi a dargli la mano e ad aiutarlo quando ne avrà bisogno. Ma anche a lasciarlo andare da solo quando sentirà di potercela fare.

giovedì, luglio 18, 2019

Questo post è stato riesumato dalla cartella delle bozze dopo quasi due mesi di stagionatura, gli eventi a cui faccio riferimento quindi risalgono a maggio. E se vi chiedete se nel mentre è arrivata la risposta... ovviamente no.

Mercoledì scorso è stata una giornata che definirei rocambolesca: ho portato la iena al pronto soccorso dopo che si era infilata un seme di mela in un orecchio all'asilo, avevo altre mille cose da incastrare e a contribuire allo scombussolamento generale è sbucato un fantasma del passato che mi ha riportato alla luce una serie di pensieri e riflessioni. Potere dei social: una persona che non sentivo più da 15 anni mi ha contattata su Instagram. Dopo un primo momento di ilarità generale durante in quale ho mandato foto della notifica alle mie amiche di una vita per farle sorridere ho riflettuto su una cosa.
A volte mi capita di pensare a tutte le persone che ho incontrato nella mia vita (sia in carne e ossa che sulle chat che in gioventù frequentavo assiduamente): chissà dove le ha condotte la vita? Avranno realizzato i loro sogni? Hanno dei figli anche loro? Li riconoscerei se li incontrassi per strada? In fondo buona parte di queste persone le ho conosciute forse nel momento della vita in cui ancora tutto può essere. Nessuna di queste persone è diventata famosa, nessuna è finita sul giornale per qualche motivo: saranno tutte persone ordinarie? Io non credo, straordinari sotto sotto lo siamo tutti, chi nel piccolo e chi nel grande.
Cosa voleva il mio fantasma? Niente di che, chiedeva cose per un'amica, ma non sono stata in grado di aiutarlo. Ho scritto due righe su di me, ho salutato cortesemente e ho cliccato su invia. Anzi, il guerriero ha cliccato su invia perché mi ronzava attorno da decine di minuti (avevo diverse mail da mandare) e voleva schiacciare qualcosa anche lui, ovviamente. E' passata ormai una settimana e non ho ricevuto nessuna risposta: credo che rimarrò con la curiosità per quanto riguarda le domande di cui sopra. A 20 anni questa cosa di non ricevere risposte mi logorava, oggi onestamente ho imparato a conviverci. C'è stato un periodo della mia vita in cui era più il tempo che passavo scrivendo cose di quello che passavo dialogando di persona con gli altri: scrivevo, scrivevo, scrivevo su una tastiera che forse conservo ancora da qualche parte, una di quelle coi tasti che facevano tac tac e la barra spazio rotta- dondolava e funzionava solo se la premevi esattamente al centro.
Scrivevo anche su fogli a quadretti grandi, usando il quadretto come misura per le lettere alte, spingendo molto sulla punta della penna: alla fine avevo i crampi alla mano e i fogli stavano rigidi, tutti incurvati dai segni che avevo praticamente inciso sopra. Solo domenica ho capito che non ne valeva la pena di logorarmi per tutte le risposte che non ho mai ricevuto: ero grafomane e non lo sospettavo neanche lontanamente. Ho ripulito una cassettiera che avevamo in camera da letto e ci ho trovato milioni di lettere, bigliettini, cartoline che avevo scritto al programmatore in una vita passata. Mentre lui giocava coi bimbi ogni tanto gli portavo a far vedere queste paginate miniate e gli ho chiesto come mai non mi avesse mai mandata nel casino. Scrivevo e raccontavo cose, i pensieri uscivano dalla testa e si depositavano sul foglio- reale o virtuale che fosse. Scrivevo perché forse era l'unico modo che avevo per elaborare le mie emozioni, per paura che tutte quelle cose potessero scappare via e che finissero perse da qualche parte. Conservo ancora tutti i miei temi del liceo, per dire. Scrivevo perché ero convinta che fossero cose importanti che valeva la pena ricordare: mi rendo conto solo ora che le cose veramente importanti alla fine le ho solo vissute, a volte le ho raccontate a voce e molto raramente le ho scritte.
Ed è qui forse che in questi 15 anni mi ha condotto la vita: sono molto diversa da allora, soprattutto sento che la maternità mi ha cambiata molto, mi ha dato una prospettiva assolutamente nuova ed inedita sulla vita, sul mondo e quello che voglio essere. Scrivo ancora, ogni tanto, soprattutto qui sopra, racconto piccole cose che mi colpiscono, ma non ne faccio più una malattia. E no, non è una scusa per giustificare la mia assenza su questi schermi, forse è lo stesso motivo che mi porta sempre a perdere l'istante giusto per una foto o un video, perché la vita vera adesso mi piace godermela in diretta, senza filtri.